Jarett Kobek – Io odio Internet (Recensione)

Nel 1956, l’antropologo Horace Miner pubblicò un innovativo articolo intitolato Body Rituals among the Nacirema, in cui descriveva la vita di una società umana in maniera distaccata e acritica, per evidenziarne miti e caratteristiche. La particolarità stava nel fatto che l’oggetto del suo studio era la sua stessa cultura di provenienza, cioè quella American (anagramma di “Nacirema”), invece che quella di una lontana ed esotica civiltà rimasta isolata dalla Storia.

In Io odio Internet ho ritrovato, sotto forma di romanzo, quella stessa attitudine: il modo in cui Kobek scrive di Internet e della vita a San Francisco nel 2013 è infatti sorretto dalla stessa genuinità, con un’aggiunta di rabbia per le promesse tradite della rivoluzione digitale e un piglio sarcastico nell’evidenziare i difetti della società.

Come spesso succede nei buoni libri, la trama è un aspetto secondario dell’opera. In questo caso a mio parere lo sono anche i personaggi principali, pur se ben tratteggiati:
– Adeline, “una donna che esprime opinioni impopolari in una cultura che odia le donne”, fumettista apprezzata negli anni ’90, diventa bersaglio di una shitstorm su Internet dopo che una sua conferenza è pubblicata online.
– J. Karancehennem, scrittore turco-americano (palese alter-ego dell’autore), con un rapporto di amore-odio verso la città di San Francisco.

Il vero protagonista è Internet. Il libro non è altro che una serie ininterrotta di staffilate contro i social network, la sorveglianza di massa, l’estremismo del web. Tutte cose di cui sapevamo, certo (nel mio piccolo ne avevo parlato qui e qui), ma che acquistano tutt’altro valore grazie allo stile e alla struttura in cui vengono espresse. Vorrei dire che questo libro “non fa solo ridere, fa anche riflettere”, ma sarebbe una banalità trita e ritrita.

Dirò però che questo libro entra a pieno titolo nella categoria “quelli che avrei voluto scrivere io”, da non confondere con “quelli che mi sono piaciuti tanto”. Infatti molti sono i libri che ho apprezzato (per la trama, per i personaggi, per lo stile), ma pochi sono quelli in cui trovo esplicati a pieno i miei pensieri, i miei atteggiamenti, i miei desideri; in cui incontro su carta una versione migliorata dei ragionamenti che mi frullano in testa. Io odio internet è uno di questi, insieme a Le vite potenziali, di Francesco Targhetta (di cui ho parlato qui) o L’animale che mi porto dentro, di Francesco Piccolo.

Jarett Kobek è riuscito a scrivere di Internet con uno stile che replica il funzionamento stesso del Web: saltando da un argomento all’altro, infarcendo il libro di digressioni, aprendo nuovi paragrafi ogni tre righe e mescolando pubblico e privato. Nella mia esperienza tutto questo non stonava, anzi, rendeva la lettura più vivace e divertente, più diretta. Sarà anche questo un effetto dell’assuefazione alla comunicazione internettiana? Non lo so, anche se sospetto di sì. In ogni caso, qualsiasi pensiero si abbia sulla vita digitale, Io odio Internet è un’ottima lettura per questi tempi.

Sconsigliato: A chi cerca in un romanzo approfondite analisi psicologiche, una struttura ordinata e uno stile placido.
Consigliato: Agli appassionati della Theory-fiction, a chi pensa che il romanzo sia (anche) un modo per studiare la società e l’economia.

Se ti interessa l’argomento, ti consiglio anche: Le vite potenziali di Francesco Targhetta; Cometa di Gregorio Magini; Il cerchio di Dave Eggers.

Te l’avevo letto! Episodio 4: Trump Ft. Proust

“E poi era convinta che il cameriere fosse un amico, giacché le parlava sempre con indignazione degli orribili provvedimenti che la Repubblica stava per adottare contro il clero. Francoise non aveva ancora capito che i nostri più spietati avversari non sono quelli che ci contraddicono e cercano di persuaderci, ma quelli che enfatizzano o inventano le notizie di cui possiamo rammaricarci, guardandosi bene dal fornire loro un’apparenza di giustificazione che attenuerebbe la nostra afflizione e ci ispirerebbe, forse, un minimo di stima per un partito ch’essi invece, quasi a rendere completo il nostro supplizio, tengono a mostrarci non meno atroce che trionfante”

Fonte

Te l’avevo letto! Episodio 3: Dr. Arnall Ft. Eugenio Montale

“Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose
dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.

Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.”

Fonte

Te l’avevo letto! Episodio 2: Uomini e donne Ft. Pirandello

“Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di qual orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. “Avverto” che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa espressione comica. Il comico è appunto un “avvertimento del contrario”. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente, s’inganna che, parata così, nascondendo le rughe e le canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico.”

La macchina del vento – Wu Ming 1 (Recensione)

Di cosa parla questo libro?
C’è un’isola, Ventotene. C’è un gruppo di persone sull’isola, i confinati. C’è uno stato, l’Italia, governato da un regime, quello fascista. C’è un conflitto in corso, la seconda guerra mondiale.
Su Ventotene sono rinchiuse le migliori menti del periodo: politici, scrittori, scienziati, tutti accomunati da un, più o meno accanito, antifascismo. E in questo gruppo di persone nasce un’idea che sembra presa da un libro di fantascienza: l’isola di Ventotene è in realtà una macchina del tempo, un luogo al di fuori dal mondo non solo fisicamente, ma anche temporalmente.

Da Ventotene si può viaggiare nel tempo e provare a cambiare il futuro. Di questo almeno è convinto Giacomo Pontecorboli, fisico romano deportato sull’isola, che discute della sua teoria con i compagni di confino, in particolare con Erminio Squarzanti, giovane socialista ex-studente di lettere. Erminio è il narratore della vicenda e anche lui nutre fantasie sull’isola e sui suoi abitanti. Doveva laurearsi con una tesi sui mari d’Italia nei miti greci, ma è stato arrestato prima. La sua immaginazione però non si è fermata e adesso è convinto che gli stessi dèi greci di cui tanto aveva letto siano presenti sull’isola, mescolati a loro.

Come Giacomo quindi, anche lui ritiene che l’isola porti in sé potenzialità inespresse, siano esse di ordine mitologico o tecnico-scientifico. Avrà ragione Erminio, gli dei vivono e lottano in mezzo a loro, suddivisi tra fascisti e antifascisti? Avrà ragione Giacomo, l’isola di Ventotene è una macchina del tempo? O forse nessuno dei due, e i loro sono solo deliri dovuti alla noia del confino?

La macchina del vento è un libro che si situa negli stessi margini dei manuali di storia, ma osserva quel materiale da un’angolazione differente, rileggendo senza pedanteria gli eventi del Novecento.
Per me è stato molto emozionante vedere “in azione” personaggi che conoscevo solo di fama come Pertini, Spinelli, Majorana. Mi è piaciuto soprattutto osservare i motivi di divisione all’interno del fronte antifascista: le discussioni e i disaccordi tra comunisti, socialisti e anarchici sono stati un’avvincente spiegazione che ha dato corpo ai concetti tante volte incontrati a scuola.
Oltre a questo, ho letto con gran piacere (e con gran velocità, visto che in due giorni l’avevo finito) questo libro, perché, per quanto la Storia generale la conoscessi, ero molto curioso di sapere cosa sarebbe successo ai confinati e quale esito avrebbero avuto le teorie di Giacomo ed Erminio.

Bilancio: lo consiglierei a tutti? Non proprio. Perché?
Perché i Wu Ming in tutto quello che fanno mettono un’indole “barricadera”, un’ideale di lotta politica che a volte tocca punte di retorica. Intendiamoci, io personalmente apprezzo molto questo atteggiamento, sia nei loro romanzi che negli ottimi articoli sul loro blog Giap, e vorrei ce ne fossero di più di voci critiche e coraggiose come le loro. Però penso che questa “rigidità” potrebbe stare sullo stomaco ad altri.
Non dico che questo romanzo sia un’opera totalmente “di parte”, che vuole chiudere gli occhi di fronte alle contraddizioni di certi ideali politici. Anzi qui, come già in Proletkult, opera del collettivo Wu Ming al completo, l’autore non manca di far notare pregi e difetti dei suoi personaggi. Solo che in certi punti il discorso mi sembra rasenti la propaganda, come nelle parole fatte pronunciare a Pertini sulla necessità di includere anche i comunisti nella lotta antifascista o nella critica che Erminio muove al manifesto sulla Federazione Europea, scritto proprio sull’isola da Spinelli e Rossi.

Insomma, a mio parere per apprezzare al meglio l’opera dei Wu Ming, e questo romanzo in particolare, si deve condividere con loro una serie di valori (oltre all’antifascismo, chiaro, quello dovrebbe essere la premessa per qualsiasi rapporto sociale).

Pare quasi scontato dire che invece se sei un fascista convinto, uno di quelli che “quando c’era lui…”, non devi aprire questo libro. Ma d’altronde se sei un fascista convinto stai già commettendo un grave errore, un po’ come quel mio amico che vide L’armata dei sonnambuli e commentò “Wu Ming? Non lo conosco questo scrittore cinese, è interessante?”.

Sconsigliato a quelli che “Basta con il derby tra fascisti e comunisti”.
Consigliato a quelli che amano partire dalla storia per riflettere sul presente.

Se ti interessa l’argomento ti consiglio anche: Proletkult di Wu Ming, Omaggio alla Catalogna, di George Orwell

Terzani ft. Orwell

In questi giorni ho (ri)letto 1984, di George Orwell, romanzo scritto nel 1948, e In Asia, la raccolta di articoli che Tiziano Terzani ha dedicato all’Oriente (1970-1996 circa), raccontandone sia la vita quotidiana che i più grandi sconvolgimenti socio-politici.
Riguardo al primo: è noto che Orwell per scrivere il suo libro si ispirò al regime staliniano in URSS. Come è noto che la distopia immaginata dallo scrittore inglese si è in un certo senso realizzata nelle nostre città piene di telecamere. Mettendo a confronto i due libri però, ho notato alcune particolari corrispondenze.

Il principale filo conduttore tra i due testi è di certo rappresentato dal socialismo e dai suoi “effetti collaterali”. Nel mondo immaginato da Orwell la Terra è divisa in 3 super stati: Oceania, Estasia, Eurasia, tutti e tre governati da una variante del socialismo. In Oceania il Socing, ossia Socialismo Inglese; in Eurasia il Neo-bolscevismo; in Estasia il Culto della Morte o Annullamento dell’io. Nel nostro mondo, raccontato da Terzani, le rivoluzioni comuniste in Vietnam, Cambogia e Cina hanno provocato milioni di morti, a causa del fanatismo cieco di chi aderiva all’ideologia.

In Orwell leggiamo che il partito controlla ogni aspetto della vita umana e che è in grado di riscrivere la storia a suo piacimento, spacciando una falsità artificiosa per verità evidente. In Terzani leggiamo della reazione del governo cinese dopo i fatti di piazza Tienanmen: “Tre settimane fa, i carri armati hanno schiacciato i corpi della gente. Ora sono i cingoli della propaganda a schiacciare la mente dei sopravvissuti. […] La radio e gli altoparlanti lungo le strade, nelle fabbriche, nei cortili delle scuole avvertono che è dovere di ogni cittadino denunciare «i ruffiani controrivoluzionari» e soprattutto «unificare il proprio pensiero con quello del partito» […] «E tu c’eri a Tienanmen a dimostrare per la democrazia?» chiedo al giovane taxista che mi conduce verso l’aeroporto. «Sì… ma me lo devo dimenticare… Devo riunificare il mio pensiero con quello del partito.» Non lo dice con ironia.”

Nel superstato Oceania ci sono appositi momenti dell’anno dedicati all’odio dei nemici e frequenti cambi di alleanza di cui nessuno sembra mai ricordarsi. Terzani ci racconta invece la storia della guerra civile nello Sri Lanka, costruita ad arte dalle élite dominanti del paese, senza una reale motivazione storica: “Una spiegazione diffusa vuole che al fondo di tutto ci sia la mentalità dei singalesi che, pur formando la maggioranza dell’isola, soffrono di un complesso d’inferiorità nei confronti dei tamil […] È stata quella paranoia a spingere i vari governi di Colombo [capitale dello Sri Lanka ndr], a prendere decisioni come quella di privare un milione di tamil del diritto di voto, di rispedirne mezzo milione in India, di fare del singalese, e non dell’inglese che avevano in comune, la lingua nazionale. Sono state quelle decisioni a creare fra i due gruppi etnici un conflitto che storicamente non esisteva”

All’interno di 1984 è inserito anche un altro libro, un saggio attribuito a Emmanuel Goldstein, l’arcinemico del partito. Questo testo, intitolato Teoria e pratica del collettivismo oligarchico, serve a Orwell per descrivere il sistema totalitario del mondo da lui immaginato. In uno dei capitoli Goldstein descrive ad esempio il funzionamento delle continue guerre di confine tra i superstati mondiali: “Nelle frontiere dei superstati, e non in permanente possesso d’alcuno fra essi, c’è una specie di approssimativo quadrilatero i cui angoli sono a Tangeri, Brazzaville, Darwin e Hong Kong, e che contiene, entro di sé, circa un quinto della popolazione terrestre. È per il possesso di queste regioni superpopolate, e per quello delle regioni glaciali nordiche, che le tre potenze si trovano impegnate in una lotta perpetua. In pratica, nessuna delle potenze riesce mai a controllare completamente l’intera area in questione. Parti di essa mutano di continuo padrone, e nella possibilità di prender possesso di questo o di quel pezzo di terra mediante improvvisi voltafaccia consiste la ragione dei mutamenti di fronte a catena”

Terzani invece, racconta così la cessione di Hong Kong alla Cina, dando la parola ai nuovi padroni dell’isola: ”Ero in giro con un vecchio amico, uno storico, scappato dalla Cina nel 1949, che ora insegna in Australia. Anche lui è venuto a Hong Kong per vivere quei giorni storici e cercare di raccogliere le opinioni della gente di qui. Non c’è riuscito. […] Solo un vecchio compagno di scuola che ha ritrovato qui, fra i quadri comunisti arrivati da Pechino, gli ha dato un’opinione: «I nostri antenati sono stati furbi» gli ha detto «Prestarono agli inglesi un villaggio di pescatori e guarda ora che cosa ci riprendiamo! Peccato che non gliene abbiano prestati di più».”

Murubutu e Anderle: rap-conti per immagini

“Tu hai scoperto che, sì, un altro rap è possibile”, la migliore definizione della musica di Murubutu ce la dà l’autore stesso nel suo pezzo Gli ammutinati del Bouncin’, proveniente dall’omonimo album. Sono infatti più di dieci anni che Alessio Mariani, vero nome del rapper, ci delizia con le sue rime parlando di storia, letteratura, filosofia o semplicemente raccontando storie in maniera intima ed empatica, con un lessico prezioso, allontanandosi dalle caratteristiche classiche del rap mainstream. La sua penna si applica indifferentemente a drammi privati, come in I marinai tornano tardi o La notte di San Lorenzo, o a vicende storiche come l’Olocausto, in Franz e Milena, mantenendo sempre intatta la sua carica poetica.
L’artista di Reggio Emilia, nella vita quotidiana professore di Filosofia e Storia in un liceo, ha costruito negli anni una carriera di grande qualità che pian piano lo ha portato anche a ottenere il meritato successo. Il tour che ha seguito l’uscita dell’ultimo disco Tenebra è la notte ha infatti ottenuto numerosi sold out in tutta Italia e le canzoni, disponibili su YouTube e Spotify, toccano anche il milione di ascolti.

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“L’evento” di Annie Ernaux: parlare a nome proprio e di tutte

Difficile dire qualcosa di nuovo su Annie Ernaux nel 2020. Prima Rizzoli e Guanda, poi la casa editrice L’orma hanno tradotto negli ultimi vent’anni molte delle sue pubblicazioni, offrendo ripetute occasioni per conoscere l’autrice francese. Si è spiegato da molte parti, anche qui sulla Balena Bianca, di come i libri di Ernaux mescolino autobiografia e sociologia, come scavino nel profondo dell’animo umano e delle sovrastrutture che lo collegano agli altri individui, inquadrando il singolo sempre all’interno della società da cui proviene.
L’esempio migliore in questo senso è Gli anni (L’orma, 2015), autobiografia collettiva della società francese dalla seconda guerra mondiale ai giorni nostri, ma anche l’ultimo arrivato in Italia L’evento (L’orma, 2019), è esemplificativo dello stile dell’autrice.
La storia narrata in questo volume risale al 1963, ma il tema è uno di quelli che fanno discutere ancora oggi. L’evento del titolo è infatti un aborto clandestino, avuto dalla Ernaux quando aveva ventitré anni.

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Possiamo salvare il mondo, prima di cena?

Quello di Jonathan Safran Foer è un nome ben noto tra chi si occupa di vegetarianesimo, grazie al suo precedente saggio Se niente importa. Perché mangiamo animali? (Guanda, 2009)un’inchiesta sul mondo degli allevamenti intensivi. Il libro fece clamore e, se anche non convinse tutti i suoi lettori, di certo pose il problema in maniera profonda, stabilendo una pietra miliare per il futuro dibattito sull’argomento. A dieci anni esatti Foer espande il discorso con Possiamo salvare il mondo, prima di cena (Guanda, 2019). L’autore ritorna infatti a parlare di animali, ma soprattutto della relazione tra allevamento e crisi climatica. Lo scopo però non è tanto dichiarare questo legame, comunque confermato in alcune pagine con puntuali riferimenti bibliografici; Foer non si dedica a investigare il dato, né l’azione da compiere (tutto sommato semplice, pur nella sua drastica alterazione dello status quo), ma i motivi per cui non riusciamo ad agire nonostante la conoscenza. La sua non è un’operazione del tutto nuova, negli ultimi tempi le pubblicazioni a tema fioccano (molto interessante ad esempio MEDUSA, newsletter bisettimanale sull’Antropocene), ma il libro più vicino è forse La grande cecità di Amitav Ghosh (Neri Pozza, 2017), anch’esso sulla nostra incapacità di concepire la crisi climatica. L’opera di Ghosh però, pur restando ancora valida e citata anche da Foer, era uscita nel 2017, prima dello sciopero di Greta Thunberg, prima dei Fridays for future, prima dell’attenzione mondiale sul tema, e non aveva proposte per risolvere la situazione.

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Il sussurro del mondo: amare il verde, anche senza comprenderlo

Richard Powers ha 62 anni, di cui gli ultimi sei trascorsi a leggere libri sugli alberi, a passeggiare nelle foreste delle Smoky Mountains, tra Tennessee e Carolina del Nord, ma soprattutto a scrivere il suo dodicesimo romanzo, vincitore del Pulitzer 2019, Il sussurro del mondo (il cui titolo originale è The Overstory, molto più significativo). Scorrendo la bibliografia di Powers, salta subito all’occhio la compresenza nelle sue opere di temi umanistici (la musica, gli affetti familiari) e scientifici (genetica, intelligenza artificiale). Powers non è certo uno scrittore che si fa impaurire dalla sfide, da quando, giovane programmatore informatico, decise da un giorno all’altro di abbandonare il suo lavoro per dedicare tutto il suo tempo alla stesura di un romanzo partendo da una fotografia in cui si era imbattuto.

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