Il giorno che diventammo umani – Paolo Zardi. Tre motivi per leggerlo

Umani non si nasce, si diventa. Così sembra dirci questa raccolta di racconti. Tra i personaggi troviamo: una ragazza diventata bella grazie alla chirurgia, che non vuole rivelare il suo passato al nuovo fidanzato; una coppia di amanti clandestini scoperti dal marito geloso e violento; un uomo sposato che prova desiderio per un’amica di gioventù, mentre la moglie è in vacanza.
Le storie sono semplici e parlano a tutti noi, raccontando, con un’attenzione particolare al rapporto, e all’ovvio conflitto, tra corpo e mente, le esperienze che ci accomunano, che ci rendono, per l’appunto, umani.

Perché leggerlo?

1- Come ho già detto qui, Zardi è maestro nel raccontare i nostri istinti primari, i bisogni fisici come quello del cibo e del sesso, senza però cedere al gusto del grottesco, analizzandoli quasi in chiave poetica. Qui però va oltre, ci mostra lo stretto legame tra istinto e sentimento, senza falsi moralismi o giudizi di sorta.

2- Per la maggior parte, i testi sono privi di indicazioni geografiche o nominativi, e questo accresce l’universalità del messaggio: queste donne e questi uomini senza nome potrebbero essere chiunque, noi compresi

3- Non tutti i racconti sono all’altezza, ma alcuni sono così belli (Il bacio, Braci, U.S.T., per citarne tre) che valgono da soli l’intera lettura

Le città e la memoria #4 – Il musicista

“Penny lane is in my ears and in my eyes”

Il suo era un classico caso di stereo-tipo: aveva sempre una canzone in testa, faceva il musicista. Suonava un po’ di tutto e tutto risuonava per lui.

La mappa della città era la partitura di una rapsodia che attraversava a suo piacimento, gli bastava scegliere un percorso invece di un altro per scatenare dentro di sé una melodia differente. Non aveva bisogno di cuffie o auricolari, il volume era al massimo anche nel silenzio: le sue casse gli edifici, l’unico filo di connessione quello del ricordo.

La musica cambiava anche il suo temperamento: ogni luogo evocava un’armonia e ogni pezzo una sensazione. In una camminata ritrovava tutte le frequenze, del suono e dell’umore. Il suo era un carattere degno di nota!

Ad esempio nella piazza centrale si sentiva raffinato, composto, quasi solenne: la sera in cui si era esibito con l’orchestra.

Quando passava il ponte il suo cuore palpitava, temeva di veder comparire la polizia da un momento all’altro: la stessa che aveva fatto chiudere il centro sociale lì vicino, dove si era scatenato varie volte con un gruppo punk.

Percorrendo una certa via pensava a motti di spirito, questioni filosofiche e un pizzico di romanticismo: quante serate a fare di sottofondo jazz a cene e aperitivi!

Quasi non riusciva ad attraversare i giardini comunali senza provare l’impulso di togliersi le scarpe e trascinare una passante in una danza, frenetica ma elegante: il violino e la fisarmonica erano ancora vicini a lui, come le tante volte con il complesso folk.

Aveva dei nemici però: i lavori in corso, o meglio, gli effetti che producevano. Se il frastuono lo poteva tollerare, il suono tra le sue orecchie era sempre più forte, lo turbavano le conseguenze architettoniche. La città lo modificava, ma gli altri volevano modificare la città, e ciò lo infastidiva. Una strada più larga del mese scorso, una parete di colore diverso dall’altra volta, e già non riconosceva più i suoi spazi, rischiando quindi di perderne la colonna sonora. Il panorama urbano cambiava ad un ritmo spedito e confondeva quello delle canzoni e del suo cuore. Si era abituato ad un ambiente variegato ma stabile, in cui cercare conforto e ispirazione, e i mutamenti ripetuti lo destabilizzavano, non riusciva più ad accordarsi con la sua città.
Perciò dovette lasciare. Dopo anni di carriera, di esibizioni in tutti i locali, in tutti i palchi, in tutte le feste della zona, scelse di ritirarsi in campagna.

Dissero che si era stancato, che dopo una vita di musica aveva scelto il silenzio, o almeno i suoni della natura e non dell’uomo. Non sapevano che continuava ad esibirsi, solo di fronte ad un pubblico diverso: zampe invece di gambe, stalle al posto di auditorium, tanti versi e nessun applauso. Era contento lo stesso: come pubblico ne aveva avuto anche di più ignorante, ma questi almeno non lanciavano verdure, al massimo se ne nutrivano.

Non rimpiangeva la sua scelta, si ambientò subito e in breve tempo la zona non ebbe più segreti per lui. Memorizzò ogni sentiero, ogni prato, e tornò a creare collegamenti musicali. Imparò a conoscere il nuovo ambiente e, con la ritrovata tranquillità di un paesaggio che cambiava raramente, poté tornare a dedicarsi a quell’arte che tanto padroneggiava ma di cui voleva sempre più scoprire le potenzialità. Passò il resto dei suoi giorni sperimentando sempre nuove composizioni, arrivò a risultati sorprendenti percorrendo le solite vie, con la sicurezza di trovarle identiche anche pochi giorni dopo. Creò infinite varianti con gli stessi elementi: strade (e) note.

Il corpo non dimentica – Violetta Bellocchio. Tre motivi per leggerlo.


Una giovane donna con un passato da alcolista, una storia-zombie, sepolta ma che gratta sotto pelle per riemergere, e la necessità di guardare in faccia la propria dipendenza per potersene liberare davvero. Questi gli ingredienti del libro, e la storia dell’autrice stessa, che in questo testo racconta il suo passato e cerca di costruirsi un futuro, al di fuori dell’alcool e delle ossessioni che l’hanno spinta a cercare in esso un rifugio.

Perché leggerlo?

1- È un pugno nello stomaco, un libro che lascia il segno, che tiene svegli la notte. Non a caso si chiama Il corpo non dimentica.

2-  Non per capire perché si diventa alcolisti (anzi binge drinker come si definisce Bellocchio), ma per capire che raccontare la propria storia aiuta sempre a superare i traumi, che sia alle riunioni di alcolisti anonimi o, se si ha del talento, in libri come questo.

3- Nonostante tutto si ride molto. La sincerità spiazzante e l’autoironia mai eccessiva dell’autrice/protagonista sono quel poco di zucchero che serve a mandar giù la pillola della sua amara storia.

Eccomi – Jonathan Safran Foer. Tre motivi per leggerlo

I Bloch sono una famiglia di ebrei americani in crisi totale: come famiglia, come ebrei e come americani. Ogni rapporto viene continuamente ridiscusso: dal matrimonio dei genitori alle relazioni tra parenti, sempre sconvolte da piccole lotte tra i padri (e le madri) e i figli, tra i fratelli e i cugini, tra i nonni e i nipoti. Una serie di scontri d’intelletto che sembra infinita arriverà però ad un punto cieco: cosa succederà quando non ci sarà più tempo per negoziare o liquidare il conflitto con una battuta?

Quando la guerra scoppierà, quella nello stato d’Israele che chiama a raccolta gli ebrei di tutto il mondo, e quella nella famiglia Bloch, che si divide in seguito ai litigi, i protagonisti non potranno più tirarsi indietro. Un romanzo sulle scelte, che siano di tutti i giorni o di una vita intera, compresa quella di chi, e di come, amare.

Perché leggerlo?

1- È difficile riassumere in poche righe tutte le qualità di questo libro. Basti dire però che ha l’umorismo e la profondità sentimentale del miglior Woody Allen, rivolti verso un ambito dove il comico newyorkese si era spinto poche volte: l’intero gruppo familiare, non solo le relazioni di coppia.

2- Le circa settecento pagine a volte si fanno sentire, ma non fatevi scoraggiare: appena avrete fatto conoscenza con tutti i personaggi non riuscirete più a staccarvi dai loro dialoghi.

3- Lo sfondo della vicenda è lo stesso del nostro tempo, fatto di reale ma anche di virtuale: i numerosi inserimenti di messaggi da chat non sono un corpo estraneo, si amalgamano al resto della narrazione e ci rendono la storia più vicina.

Vite che non sono la mia – Emmanuel Carrère. Tre motivi per leggerlo

Due morti, e tutte le altre vite che ne vengono scosse, compresa quella dello scrittore. Questa, in breve, la trama del libro. Carrère assiste in pochi mesi a due tragici eventi: lo tsunami in Sri Lanka (da cui la prima vittima, la figlia di una coppia di amici) e il cancro che si porta via la sorella della sua compagna, una donna con marito e figli. A partire da questi episodi ricostruisce le esistenze delle scomparse ma soprattutto di chi è stato loro vicino. Un libro toccante, che parla del più difficile dei temi, il rapporto con la morte, con il più normale degli sguardi: quello della vita di tutti i giorni.

Perché leggerlo?

1- Perché ci ricorda che di fronte ai disastri le nostre vite sembrano ancora più piccole, ma sono l’unica cosa che abbiamo e non possiamo trascurarle.

2- Ogni libro di Carrère è anche un libro su Carrère e, come l’autore si mette a confronto con le altre persone, così noi possiamo paragonarci a lui, ai suoi dubbi e ai suoi pensieri, e ricordare il valore della compassione.

3- Il dolore per la perdita di una persona cara, la sofferenza dei malati, l’impotenza di fronte al corso della vita, sono tutti argomenti dalla drammaticità facile, certo. Ma qua troverete uno scrittore che sa emozionare allo stesso modo anche quando descrive l’iter di una legge o i ricorsi in tribunale, e non è cosa da poco.

Quante strade. Bob Dylan e il mezzo secolo di Blowin’ in the wind – Alberto Crespi. Tre motivi per leggerlo.

Come si fa a scrivere un intero libro su una canzone? E perché quella canzone è ancora così presente nella nostra vita a più di cinquant’anni dalla sua prima esecuzione?
Alberto Crespi risponde a entrambe le domande con un saggio che ripercorre la vita e le opere di Bob Dylan, gli ultimi cinquant’anni di storia musicale e politica, e il modo in cui tutti questi aspetti si incontrano: dal movimento per i diritti degli anni ’60 al sostegno di Dylan ad Obama, passando per il suo incontro con il Papa.

Tre motivi per leggerlo:

1- Perché ci ricorda l’infinito potere delle parole e della musica, e di quello che possono fare insieme.

2- Perché l’autore è un catalogo vivente: di aneddoti, dischi, film, altri saggi. Ogni capitolo di questo volume si conclude con una bibliografia ricca di suggerimenti per approfondire l’argomento.

3- Il tono è spigliato e per nulla accademico, ma se la dissertazione per una sola voce vi sembrasse troppo noiosa avrete anche uno spazio per rilassarvi: tra un capitolo e l’altro l’autore inserisce interviste a personalità della cultura, della musica e persino della politica. Potrete sapere cosa ne pensano di Blowin’ in the wind non solo De Gregori e Guccini, ma anche, tra gli altri, Walter Veltroni e Furio Colombo.

Le città e la memoria #3 – La Regina

“To avoid complications, she never kept the same address. In conversation, she spoke just like a baroness”

Era il quarto trasloco quest’anno. Un altro salotto da lasciare, un’altra casa ad aspettarla, in un’altra parte della città. L’avevano trovata presto stavolta, ma lei come sempre era stata più veloce. Al suo servizio non aveva guardie, ma una talpa in caserma. Mentre si nascondeva, nulla le era nascosto.
I poliziotti avevano assistito al solito spettacolo, senza nessun attore: la stanza era perfetta, segno che lei era già in fuga.

La chiamavano la Regina, perché trasformava tutti i suoi alloggi in residenze da sangue blu. Dalle stalle alle stelle: entrava in un tugurio e usciva da un palazzo, varcava la soglia di una bettola e abbandonava una reggia.

Gli investigatori avevano mestiere, ogni donna ha un vizio, e provarono a incastrarla esaminando le spese per l’arredamento. Indagarono nei negozi, interrogarono i commessi, setacciarono i dati delle vendite. Non trovarono nulla di sospetto: lei aveva fornitori esclusivi, sempre diversi e sempre discreti.
Era furba, non aveva mica scelto questo mestiere per farsi arrestare da dei plebei qualunque. La sua mano era molto richiesta, la sua dote altrettanto preziosa.

Un giorno decise di ritirarsi, con la sicurezza di essere ricordata. Cambiò molte case negli ultimi mesi, prima del colpo definitivo. Rubò i gioielli più preziosi del Paese e quelli in divisa non poterono farci nulla.
Quando riportarono sulla mappa tutti i punti che lei aveva toccato, per disperazione si misero a collegarli, sperando che il gioco riuscisse dove l’intelligenza aveva fallito.
La risultante? Una corona, l’ultimo oggetto di cui si era appropriata.
La regina sarebbe stata sempre al di sopra di loro.

Gli ingiusti

[Spero che Borges mi perdoni, qui l’originale]

Un uomo che coltiva solo il suo ego.
Chi è contento che sulla Terra esista la musica, ma solo quella che piace a lui.
Chi ignora il significato di certe parole.
Due baristi, al Sud o al Nord, che non fanno lo scontrino per il caffè.
Un politico che intuisce le ingiustizie, ma le ignora, e fa carriera.
L’editore che non pubblica, perché il libro gli piace ma l’autore gli sta antipatico.
Una donna e un uomo che non aprono un libro da anni, figuriamoci di poesia.
Chi tortura un animale sveglio.
Chi si arrabbia senza che gli venga fatto alcun male.
Chi è contento che sulla terra ci sia il McDonald’s.
Chi preferisce riutilizzare gli spunti degli altri.
Tali persone, che a volte coincidono, stanno distruggendo il mondo.

Solo il vento lo sa

The answer, my friend, is blowin’ in the wind, the answer is blowin’ in the wind

Gli piaceva proprio lavorare da solo. Non amava la compagnia forzata di certi ambienti, avere sempre gente intorno. Inoltre così era libero di cantare quando gli pareva. La musica lo aiutava a passare la giornata lì in cantiere, ne ascoltava tanta a casa e si portava dietro le melodie quando usciva. I suoi colleghi spesso lo prendevano in giro: “Altro che operaio, dovresti fare il cantante!”. All’inizio se l’era anche presa, ma dopo un po’ aveva smesso di ascoltarli.
Era così anche quel giorno, sul solito ponteggio nel lato destro dell’edificio, quello esposto al vento. C’era spazio per una persona al massimo, un posto che nessuno voleva. Nessuno tranne lui, ovviamente. Sceglieva sempre quella piccola superficie per stare in piedi, da solo. Lì quel giorno il vento soffiava fortissimo, sembrava volesse buttarlo giù, mentre lui canticchiava Bob Dylan. Aveva sentito alla radio del premio Nobel, e gli era tornata in mente quella canzone che, pur non capendo bene il testo, gli era sempre piaciuta molto. E proprio sul ritornello aveva messo un piede in fallo, aveva perso l’equilibrio.
Certo, non era stato il vento a farlo inciampare, a quello aveva pensato da solo.
Ora che era lì però, appeso con una mano alla struttura, alla plastica che pian piano cedeva, era il vento che malediva, perché continuava a soffiare e a spingerlo verso l’esterno, a fargli cedere la presa della mano, l’unica cosa che lo teneva ancora vivo. Il vento infame però non si limitava a questo, la cosa peggiore doveva ancora farla: quando l’uomo cominciò a gridare, a chiamare aiuto a pieni polmoni, il vento sembrò d’improvviso aumentare e coprì le sue urla. Riusciva a sentire i suoi colleghi che lo chiamavano per la pausa pranzo, ma non a farsi sentire da loro, mentre sentiva le energie abbandonarlo sempre di più. La sua voce non poteva parlare con le altre voci che lo cercavano, portate dal vento e a cui il vento negava una risposta.

The answer, my friend, is blowin’ in the wind. The answer is blowin’ in the wind

[Questo racconto è stato selezionato per la distribuzione all’interno del progetto “Racconti in concerto” e potreste trovarlo ad uno dei concerti di Murubutu. Tutti i dettagli qui]

Lettori si cresce – Giusi Marchetta. Tre motivi per leggerlo

Un’insegnante che si interroga sui (suoi) metodi educativi. Un’autrice che ci regala un saggio scritto così bene che sembra un romanzo. Prima di tutto una lettrice, che confessa la sua passione e cerca di capire come possiamo trasmetterla agli altri. Perché ogni buon libro ci mette davanti alla parte più intima di noi, ma come ci poniamo noi di fronte a chi dei libri non sa cosa farsene?

Tre motivi per leggerlo:

1- Questo libro è un atto d’accusa: ai politici che guardano alla cultura considerandola solo qualcosa con cui “si mangia” oppure no, invece di pensare al vero nutrimento che si potrebbe dare all’Italia. Alla Tv, che costruisce narrazioni facilitate e false, mettendo in primo piano il successo e non la qualità. E ai più colpevoli: noi che ci nascondiamo dietro al dogma dell’utilità della letteratura e non sappiamo più spiegare quanto sia bello leggere.

2- Leggete questo libro anche se non av(r)ete nulla a che fare con l’insegnamento: la letteratura va difesa sempre, non solo nella aule.

3- Non cadiamo nello stesso errore deprecato dall’autrice: questo libro va letto non solo perché intelligente e utile, ma anche perché sincero e appassionante. Nessuno che si definisca “lettore” potrebbe richiuderlo senza dirsi profondamente coinvolto.