Le città e la memoria #4 – Il musicista

“Penny lane is in my ears and in my eyes”

Il suo era un classico caso di stereo-tipo: aveva sempre una canzone in testa, faceva il musicista. Suonava un po’ di tutto e tutto risuonava per lui.

La mappa della città era la partitura di una rapsodia che attraversava a suo piacimento, gli bastava scegliere un percorso invece di un altro per scatenare dentro di sé una melodia differente. Non aveva bisogno di cuffie o auricolari, il volume era al massimo anche nel silenzio: le sue casse gli edifici, l’unico filo di connessione quello del ricordo.

La musica cambiava anche il suo temperamento: ogni luogo evocava un’armonia e ogni pezzo una sensazione. In una camminata ritrovava tutte le frequenze, del suono e dell’umore. Il suo era un carattere degno di nota!

Ad esempio nella piazza centrale si sentiva raffinato, composto, quasi solenne: la sera in cui si era esibito con l’orchestra.

Quando passava il ponte il suo cuore palpitava, temeva di veder comparire la polizia da un momento all’altro: la stessa che aveva fatto chiudere il centro sociale lì vicino, dove si era scatenato varie volte con un gruppo punk.

Percorrendo una certa via pensava a motti di spirito, questioni filosofiche e un pizzico di romanticismo: quante serate a fare di sottofondo jazz a cene e aperitivi!

Quasi non riusciva ad attraversare i giardini comunali senza provare l’impulso di togliersi le scarpe e trascinare una passante in una danza, frenetica ma elegante: il violino e la fisarmonica erano ancora vicini a lui, come le tante volte con il complesso folk.

Aveva dei nemici però: i lavori in corso, o meglio, gli effetti che producevano. Se il frastuono lo poteva tollerare, il suono tra le sue orecchie era sempre più forte, lo turbavano le conseguenze architettoniche. La città lo modificava, ma gli altri volevano modificare la città, e ciò lo infastidiva. Una strada più larga del mese scorso, una parete di colore diverso dall’altra volta, e già non riconosceva più i suoi spazi, rischiando quindi di perderne la colonna sonora. Il panorama urbano cambiava ad un ritmo spedito e confondeva quello delle canzoni e del suo cuore. Si era abituato ad un ambiente variegato ma stabile, in cui cercare conforto e ispirazione, e i mutamenti ripetuti lo destabilizzavano, non riusciva più ad accordarsi con la sua città.
Perciò dovette lasciare. Dopo anni di carriera, di esibizioni in tutti i locali, in tutti i palchi, in tutte le feste della zona, scelse di ritirarsi in campagna.

Dissero che si era stancato, che dopo una vita di musica aveva scelto il silenzio, o almeno i suoni della natura e non dell’uomo. Non sapevano che continuava ad esibirsi, solo di fronte ad un pubblico diverso: zampe invece di gambe, stalle al posto di auditorium, tanti versi e nessun applauso. Era contento lo stesso: come pubblico ne aveva avuto anche di più ignorante, ma questi almeno non lanciavano verdure, al massimo se ne nutrivano.

Non rimpiangeva la sua scelta, si ambientò subito e in breve tempo la zona non ebbe più segreti per lui. Memorizzò ogni sentiero, ogni prato, e tornò a creare collegamenti musicali. Imparò a conoscere il nuovo ambiente e, con la ritrovata tranquillità di un paesaggio che cambiava raramente, poté tornare a dedicarsi a quell’arte che tanto padroneggiava ma di cui voleva sempre più scoprire le potenzialità. Passò il resto dei suoi giorni sperimentando sempre nuove composizioni, arrivò a risultati sorprendenti percorrendo le solite vie, con la sicurezza di trovarle identiche anche pochi giorni dopo. Creò infinite varianti con gli stessi elementi: strade (e) note.

Le città e la memoria #3 – La Regina

“To avoid complications, she never kept the same address. In conversation, she spoke just like a baroness”

Era il quarto trasloco quest’anno. Un altro salotto da lasciare, un’altra casa ad aspettarla, in un’altra parte della città. L’avevano trovata presto stavolta, ma lei come sempre era stata più veloce. Al suo servizio non aveva guardie, ma una talpa in caserma. Mentre si nascondeva, nulla le era nascosto.
I poliziotti avevano assistito al solito spettacolo, senza nessun attore: la stanza era perfetta, segno che lei era già in fuga.

La chiamavano la Regina, perché trasformava tutti i suoi alloggi in residenze da sangue blu. Dalle stalle alle stelle: entrava in un tugurio e usciva da un palazzo, varcava la soglia di una bettola e abbandonava una reggia.

Gli investigatori avevano mestiere, ogni donna ha un vizio, e provarono a incastrarla esaminando le spese per l’arredamento. Indagarono nei negozi, interrogarono i commessi, setacciarono i dati delle vendite. Non trovarono nulla di sospetto: lei aveva fornitori esclusivi, sempre diversi e sempre discreti.
Era furba, non aveva mica scelto questo mestiere per farsi arrestare da dei plebei qualunque. La sua mano era molto richiesta, la sua dote altrettanto preziosa.

Un giorno decise di ritirarsi, con la sicurezza di essere ricordata. Cambiò molte case negli ultimi mesi, prima del colpo definitivo. Rubò i gioielli più preziosi del Paese e quelli in divisa non poterono farci nulla.
Quando riportarono sulla mappa tutti i punti che lei aveva toccato, per disperazione si misero a collegarli, sperando che il gioco riuscisse dove l’intelligenza aveva fallito.
La risultante? Una corona, l’ultimo oggetto di cui si era appropriata.
La regina sarebbe stata sempre al di sopra di loro.

Solo il vento lo sa

The answer, my friend, is blowin’ in the wind, the answer is blowin’ in the wind

Gli piaceva proprio lavorare da solo. Non amava la compagnia forzata di certi ambienti, avere sempre gente intorno. Inoltre così era libero di cantare quando gli pareva. La musica lo aiutava a passare la giornata lì in cantiere, ne ascoltava tanta a casa e si portava dietro le melodie quando usciva. I suoi colleghi spesso lo prendevano in giro: “Altro che operaio, dovresti fare il cantante!”. All’inizio se l’era anche presa, ma dopo un po’ aveva smesso di ascoltarli.
Era così anche quel giorno, sul solito ponteggio nel lato destro dell’edificio, quello esposto al vento. C’era spazio per una persona al massimo, un posto che nessuno voleva. Nessuno tranne lui, ovviamente. Sceglieva sempre quella piccola superficie per stare in piedi, da solo. Lì quel giorno il vento soffiava fortissimo, sembrava volesse buttarlo giù, mentre lui canticchiava Bob Dylan. Aveva sentito alla radio del premio Nobel, e gli era tornata in mente quella canzone che, pur non capendo bene il testo, gli era sempre piaciuta molto. E proprio sul ritornello aveva messo un piede in fallo, aveva perso l’equilibrio.
Certo, non era stato il vento a farlo inciampare, a quello aveva pensato da solo.
Ora che era lì però, appeso con una mano alla struttura, alla plastica che pian piano cedeva, era il vento che malediva, perché continuava a soffiare e a spingerlo verso l’esterno, a fargli cedere la presa della mano, l’unica cosa che lo teneva ancora vivo. Il vento infame però non si limitava a questo, la cosa peggiore doveva ancora farla: quando l’uomo cominciò a gridare, a chiamare aiuto a pieni polmoni, il vento sembrò d’improvviso aumentare e coprì le sue urla. Riusciva a sentire i suoi colleghi che lo chiamavano per la pausa pranzo, ma non a farsi sentire da loro, mentre sentiva le energie abbandonarlo sempre di più. La sua voce non poteva parlare con le altre voci che lo cercavano, portate dal vento e a cui il vento negava una risposta.

The answer, my friend, is blowin’ in the wind. The answer is blowin’ in the wind

[Questo racconto è stato selezionato per la distribuzione all’interno del progetto “Racconti in concerto” e potreste trovarlo ad uno dei concerti di Murubutu. Tutti i dettagli qui]

Le città e la memoria #2 – Il fattorino

“Bicycle bicycle bicycle
I want to ride my bicycle bicycle bicycle
I want to ride my bicycle
I want to ride my bike
I want to ride my bicycle
I want to ride it where I like

You say black I say white
You say bark I say bite
You say shark I say hey man
Jaws was never my scene
And I don’t like Star Wars”

Il lavoro gli piaceva, questo era certo. In bici ci andava già di suo, e adesso che lo stipendio seguiva a ruota non poteva che esserne contento. Portava le pizze, e i soldi a casa, così magari l’anno prossimo avrebbe preso una stanza tutta per sé, sarebbe andato via per studiare cinema, e anche a lui qualche volta avrebbero recapitato la cena. Le sorprese poi non mancavano, la città non era grande ma piena di vita. Ogni consegna era una porta spalancata, su un mondo di cui sognava di far parte. Nel frattempo però si accontentava di tenerlo a mente: casa per casa, inquilino per inquilino. Tanti fotogrammi da collezionare, sognando un futuro da personaggio principale.

Una volta si trovò davanti una ragazza ancora in accappatoio dopo la doccia. Lei era di fretta, coperta alla meno peggio, gli aveva aperto così. Lui si bloccò, arrossì più del pomodoro e salutò subito senza pensare ad altro, si dimenticò del resto.

Un’altra volta fu spettatore, a notte fonda: chi lo aveva chiamato si era addormentato sul divano, e chi prima dormiva era adesso sveglio ad accoglierlo, e a rimproverare il dormiente. La lite lo affascinava, ma le sue intrusioni erano istanti, quello invece si annunciava un cortometraggio. Prese il suo compenso e ripartì.

Si sentì perso una sera, era in una zona che non conosceva, che non aveva ancora inquadrato, e il suo viaggio era stato incerto, come la voce al citofono che lo invitava a salire al… terzo o sesto piano?
Per scoprirlo dovette andare fino in fondo, o meglio in cima. Per non sbagliare prese le scale, e sbagliò. Il cliente impaziente veniva giù con l’ascensore e presto la situazione si capovolse. La perplessità era generale, si sentivano scombussolati, sottosopra. La tecnologia però venne in aiuto, il secondo contatto telefonico fu quello decisivo.

Anche da lì presto ripartì, con un cartone in meno e un episodio in più.

Le città e la memoria #1 – Il ragazzo con la testa fra le nuvole

“In un vortice di polvere gli altri vedevan siccità. A me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa”

Ogni piazza, ogni strada, ogni vicolo. Tutto richiamava qualcosa, nella sua memoria: le chiavi perse nel tombino, le cacche di cane pestate, un piede in fallo sul gradino.
Di quella salita poi, il ricordo è ancora abbagliante. Gli occhiali caduti a metà strada, le lenti scure che incontrano l’asfalto, e il resto del viaggio molto bello, baciato dal sole.

La chiesa in centro, dove tutti i suoi amici sono stati battezzati, sposati, o salutati per l’ultima volta. Ma in cui lui è entrato sempre con i vestiti sporchi e un’imprecazione trattenuta a stento. Pronto per essere mondato dai peccati e dalle macchie sui pantaloni. Per ricordarsi ogni volta dello scalino all’ingresso gli ci sarebbe voluta la grazia di Dio.

Il ragazzo però non si arrendeva, frequentava palazzetti, campi sportivi, piste di atletica. Osservava attento, cercando nei movimenti degli altri la spiegazione del loro equilibrio. Ma presto dovette smettere: i suoi passi creavano scompiglio nelle tribune e la lobby dei venditori di pop-corn lo denunciò.