Te l’avevo letto! Episodio 7: Lucia Azzolina & Comitato tecnico-scientifico ft. Italo Calvino

“Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L’interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo:
“Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata”. Impassibile, il brigadiere batte veloce sui tasti la sua fedele trascrizione: “Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante”.

[…]

Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua. Caratteristica principale dell’antilingua è quello che definirei il “terrore semantico”, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato […]. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente […]
Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: “io parlo di queste cose per caso, ma la mia funzione è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia funzione è più in alto di tutto, anche di me stesso”. La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire “ho fatto” ma deve dire “ho effettuato” – la lingua viene uccisa.”

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Te l’avevo letto! Episodio 4: Trump ft. Proust

“E poi era convinta che il cameriere fosse un amico, giacché le parlava sempre con indignazione degli orribili provvedimenti che la Repubblica stava per adottare contro il clero. Francoise non aveva ancora capito che i nostri più spietati avversari non sono quelli che ci contraddicono e cercano di persuaderci, ma quelli che enfatizzano o inventano le notizie di cui possiamo rammaricarci, guardandosi bene dal fornire loro un’apparenza di giustificazione che attenuerebbe la nostra afflizione e ci ispirerebbe, forse, un minimo di stima per un partito ch’essi invece, quasi a rendere completo il nostro supplizio, tengono a mostrarci non meno atroce che trionfante”

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Te l’avevo letto! Episodio 3: Dr. Arnall ft. Eugenio Montale

“Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose
dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.

Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.”

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Te l’avevo letto! Episodio 2: Uomini e donne ft. Pirandello

“Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di qual orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. “Avverto” che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa espressione comica. Il comico è appunto un “avvertimento del contrario”. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente, s’inganna che, parata così, nascondendo le rughe e le canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico.”

Terzani ft. Orwell

In questi giorni ho (ri)letto 1984, di George Orwell, romanzo scritto nel 1948, e In Asia, la raccolta di articoli che Tiziano Terzani ha dedicato all’Oriente (1970-1996 circa), raccontandone sia la vita quotidiana che i più grandi sconvolgimenti socio-politici.
Riguardo al primo: è noto che Orwell per scrivere il suo libro si ispirò al regime staliniano in URSS. Come è noto che la distopia immaginata dallo scrittore inglese si è in un certo senso realizzata nelle nostre città piene di telecamere. Mettendo a confronto i due libri però, ho notato alcune particolari corrispondenze.

Il principale filo conduttore tra i due testi è di certo rappresentato dal socialismo e dai suoi “effetti collaterali”. Nel mondo immaginato da Orwell la Terra è divisa in 3 super stati: Oceania, Estasia, Eurasia, tutti e tre governati da una variante del socialismo. In Oceania il Socing, ossia Socialismo Inglese; in Eurasia il Neo-bolscevismo; in Estasia il Culto della Morte o Annullamento dell’io. Nel nostro mondo, raccontato da Terzani, le rivoluzioni comuniste in Vietnam, Cambogia e Cina hanno provocato milioni di morti, a causa del fanatismo cieco di chi aderiva all’ideologia.

In Orwell leggiamo che il partito controlla ogni aspetto della vita umana e che è in grado di riscrivere la storia a suo piacimento, spacciando una falsità artificiosa per verità evidente. In Terzani leggiamo della reazione del governo cinese dopo i fatti di piazza Tienanmen: “Tre settimane fa, i carri armati hanno schiacciato i corpi della gente. Ora sono i cingoli della propaganda a schiacciare la mente dei sopravvissuti. […] La radio e gli altoparlanti lungo le strade, nelle fabbriche, nei cortili delle scuole avvertono che è dovere di ogni cittadino denunciare «i ruffiani controrivoluzionari» e soprattutto «unificare il proprio pensiero con quello del partito» […] «E tu c’eri a Tienanmen a dimostrare per la democrazia?» chiedo al giovane taxista che mi conduce verso l’aeroporto. «Sì… ma me lo devo dimenticare… Devo riunificare il mio pensiero con quello del partito.» Non lo dice con ironia.”

Nel superstato Oceania ci sono appositi momenti dell’anno dedicati all’odio dei nemici e frequenti cambi di alleanza di cui nessuno sembra mai ricordarsi. Terzani ci racconta invece la storia della guerra civile nello Sri Lanka, costruita ad arte dalle élite dominanti del paese, senza una reale motivazione storica: “Una spiegazione diffusa vuole che al fondo di tutto ci sia la mentalità dei singalesi che, pur formando la maggioranza dell’isola, soffrono di un complesso d’inferiorità nei confronti dei tamil […] È stata quella paranoia a spingere i vari governi di Colombo [capitale dello Sri Lanka ndr], a prendere decisioni come quella di privare un milione di tamil del diritto di voto, di rispedirne mezzo milione in India, di fare del singalese, e non dell’inglese che avevano in comune, la lingua nazionale. Sono state quelle decisioni a creare fra i due gruppi etnici un conflitto che storicamente non esisteva”

All’interno di 1984 è inserito anche un altro libro, un saggio attribuito a Emmanuel Goldstein, l’arcinemico del partito. Questo testo, intitolato Teoria e pratica del collettivismo oligarchico, serve a Orwell per descrivere il sistema totalitario del mondo da lui immaginato. In uno dei capitoli Goldstein descrive ad esempio il funzionamento delle continue guerre di confine tra i superstati mondiali: “Nelle frontiere dei superstati, e non in permanente possesso d’alcuno fra essi, c’è una specie di approssimativo quadrilatero i cui angoli sono a Tangeri, Brazzaville, Darwin e Hong Kong, e che contiene, entro di sé, circa un quinto della popolazione terrestre. È per il possesso di queste regioni superpopolate, e per quello delle regioni glaciali nordiche, che le tre potenze si trovano impegnate in una lotta perpetua. In pratica, nessuna delle potenze riesce mai a controllare completamente l’intera area in questione. Parti di essa mutano di continuo padrone, e nella possibilità di prender possesso di questo o di quel pezzo di terra mediante improvvisi voltafaccia consiste la ragione dei mutamenti di fronte a catena”

Terzani invece, racconta così la cessione di Hong Kong alla Cina, dando la parola ai nuovi padroni dell’isola: ”Ero in giro con un vecchio amico, uno storico, scappato dalla Cina nel 1949, che ora insegna in Australia. Anche lui è venuto a Hong Kong per vivere quei giorni storici e cercare di raccogliere le opinioni della gente di qui. Non c’è riuscito. […] Solo un vecchio compagno di scuola che ha ritrovato qui, fra i quadri comunisti arrivati da Pechino, gli ha dato un’opinione: «I nostri antenati sono stati furbi» gli ha detto «Prestarono agli inglesi un villaggio di pescatori e guarda ora che cosa ci riprendiamo! Peccato che non gliene abbiano prestati di più».”

Yesterday/ Problemi morali

(Pezzo sullo stile di In fuga dalla bocciofila)

Yesterday, all my troubles seemed so far away, now it looks as though they’re here to stay, oh i believe, in Yesterday… Così inizia Yesterday¸ la canzone dei Beatles che dà il titolo all’ultimo film di Danny Boyle. Sullo schermo però il ragionamento è inverso. Infatti il protagonista Jack Malik, cantautore di scarso successo, è l’unico al mondo a ricordarsi le canzoni dei Beatles e, da quando esegue questo pezzo di fronte ai suoi amici increduli, si scrolla di dosso un passato deludente (fatto di live senza pubblico e genitori che ignorano la sua arte), per proiettarsi verso un luminoso futuro di concerti con folle in adorazione, successo, vendite milionarie.
Nella produzione dei Beatles invece la nostalgia di Yesterday non stona, visto quanta fortuna hanno fatto con il guardarsi indietro: quanto valore ha ad esempio una canzone come In my life, scritta a ventiquattro anni? Oltre il fatto di essere bellissima, intendo. Oppure: quanto è rivelatorio intitolare l’ultimo pezzo dell’ultimo disco Get Back?
Ma, forse, quel passato mitico a cui Yesterday si riferisce, quei troubles che sembravano so far away, per Jack Malik non sono altro che quelli morali, visto che lui sa di non essere il vero autore di quelle canzoni, ma solo un interprete. Infatti alla fine, anche senza grosse pressioni esterne, non regge e confessa, perché sente che è il suo dovere. Dopodiché può finalmente sposare la sua bella, mettere su famiglia with a couple of kids running in the yard, e vivere una vita felice anche se nel suo mondo non esistono i Beatles né la Coca-Cola, le sigarette, i libri di Harry Potter, gli Oasis.
A questo punto la morale non so quale sia: che il passato non va celebrato infinitamente ma lasciato andare? Che quelli che chiamiamo capolavori musicali restano tali anche con il passare dei decenni e delle mode? Che questa è solo una commedia senza troppo pretese ed è inutile ricamarci sopra mille interpretazioni? There will be an answer, let it be.

Martin Eden / Tutto è cambiato, nulla è cambiato

(Pezzo sullo stile di In fuga dalla Bocciofila)

Romanzo di Jack London:

Giovane e povero marinaio americano con un’istruzione scarsa si innamora di colta ragazza di nobile e ricca famiglia; per conquistarla inizia a studiare e a colmare le sue lacune. Riesce ad arrivare al suo livello e si fidanzano, ma il destino è in agguato: un articolo di giornale lo dipinge come socialista e allora la fidanzata, su consiglio dei genitori, lo lascia. Quando poi il giovane diventa uno scrittore di successo, l’ex-fidanzata ritorna, ma lui la respinge. Infine, il protagonista si suicida annegandosi in mare.

Film di Pietro Marcello:

Stessa cosa che nel precedente, solo che la storia si svolge a Napoli, Martin Eden, è un autoctono che parla solo in dialetto, come si evince dal nome, tipico del Rione Sanità, e ci sono metaforoni non richiesti come se piovesse: visto che fa il marinaio, la sua sorte sfortunata sarà rappresentata come una nave che si inabissa; visto che viene dalla strada, ogni tanto dovrà apparire in campo lungo in mezzo alla folla alternandosi con i primi piani di povera gente che sorride e tira avanti; visto che la fidanzata gli manca tanto quando sono lontani, la vedrà come in una visione mentre gli recita le lettere di risposta con un tono a metà tra la maestrina e l’annunciatrice Rai. Poi vabbè, ci sono i salti temporali che in confronto Endgame ha una sceneggiatura a prova di bomba, ma dopo un po’ ci si abitua.

Realtà del XXI Secolo:

Nel film tutti insistono con il protagonista perché smetta di fare lo scrittore e torni a fare un lavoro vero. E questo, mi pare che, mutatis mutandis, sia uguale nel 1919 come nel 2019. Uno scrittore oggi non avrebbe problemi a essere pubblicato da una rivista, forse un po’ di più a essere pagato. Uno scrittore oggi potrebbe essere sempre il primo degli individualisti, collezionando recensioni di amici, like sui social e inviti a incontri letterari di ogni tipo. Uno scrittore oggi avrebbe bisogno di tornare alle elementari per imparare a scrivere meglio? Certamente, se per caso non le avesse finite. Ma dopo c’è il diploma, poi la laurea triennale, quella specialistica, i corsi alla Holden e poi chissà, magari anche qualche masterclass con gli scrittori delle case editrici indipendenti più prestigiose. E tutto questo per il primo libro, pubblicato il quale la strada sarà tutta in discesa, dritta verso l’oblio degli oltre 60°000 titoli pubblicati ogni anno in Italia.