Le città e la memoria #3 – La Regina

“To avoid complications, she never kept the same address. In conversation, she spoke just like a baroness”

Era il quarto trasloco quest’anno. Un altro salotto da lasciare, un’altra casa ad aspettarla, in un’altra parte della città. L’avevano trovata presto stavolta, ma lei come sempre era stata più veloce. Al suo servizio non aveva guardie, ma una talpa in caserma. Mentre si nascondeva, nulla le era nascosto.
I poliziotti avevano assistito al solito spettacolo, senza nessun attore: la stanza era perfetta, segno che lei era già in fuga.

La chiamavano la Regina, perché trasformava tutti i suoi alloggi in residenze da sangue blu. Dalle stalle alle stelle: entrava in un tugurio e usciva da un palazzo, varcava la soglia di una bettola e abbandonava una reggia.

Gli investigatori avevano mestiere, ogni donna ha un vizio, e provarono a incastrarla esaminando le spese per l’arredamento. Indagarono nei negozi, interrogarono i commessi, setacciarono i dati delle vendite. Non trovarono nulla di sospetto: lei aveva fornitori esclusivi, sempre diversi e sempre discreti.
Era furba, non aveva mica scelto questo mestiere per farsi arrestare da dei plebei qualunque. La sua mano era molto richiesta, la sua dote altrettanto preziosa.

Un giorno decise di ritirarsi, con la sicurezza di essere ricordata. Cambiò molte case negli ultimi mesi, prima del colpo definitivo. Rubò i gioielli più preziosi del Paese e quelli in divisa non poterono farci nulla.
Quando riportarono sulla mappa tutti i punti che lei aveva toccato, per disperazione si misero a collegarli, sperando che il gioco riuscisse dove l’intelligenza aveva fallito.
La risultante? Una corona, l’ultimo oggetto di cui si era appropriata.
La regina sarebbe stata sempre al di sopra di loro.

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