Imbattibile: potere al fumetto!

La parola “fumetto” è stata spesso accostata a “supereroe”. E questo nonostante fin dalle origini del fumetto non siano mancate anche testimonianze diverse. Su quali siano poi le “vere” origini del fumetto, il dibattito è ancora aperto: per un approfondimento si rimanda al classico Capire il fumetto di Scott McCloud (ripubblicato da Bao Publishing nel 2018). In ogni caso, una volta stabilita questa associazione, è stato facile per i detrattori creare dal nulla un impreciso e degradante sillogismo, se fumetti = supereroi e supereroi = cose da ragazzini, allora fumetti = cose da ragazzini. Non è questa la sede per discutere quanto ci sia di sbagliato in ciò, ma fatto sta che per questo a lungo il fumetto ha vissuto un’inferiorità culturale, specie in Italia. Negli ultimi anni però la situazione è cambiata e si sono visti fumetti candidati ai migliori premi letterari e diventati campioni di incassi anche in libreria. Perciò non stupiranno il grande pubblico anche prodotti di “iper-fumetto” come Imbattibile, di Pascal Jousselin. Apparso originariamente nella celebre rivista franco-belga Spirou, è stato portato in Italia nel 2020 da Comicon Edizioni, la casa editrice affiliata alla famosa convention napoletana. Imbattibile ha vinto il Bologna Ragazzi Comics Award, ma è un’opera che consiglierei agli amanti del fumetto di qualsiasi età, per una serie di ragioni.
Ma andiamo con ordine. Intanto, Imbattibile si definisce “Il solo vero supereroe del fumetto”, il che sembra un’affermazione in piena contraddizione con quanto dichiarato prima, visto quanto è (considerato) stretto il legame tra fumetti e supereroi. Ma Imbattibile è definito così proprio perché il suo potere è quello di sfruttare a pieno il medium fumetto, muovendosi a piacere tra le vignette.

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Jarett Kobek – Io odio Internet (Recensione)

Nel 1956, l’antropologo Horace Miner pubblicò un innovativo articolo intitolato Body Rituals among the Nacirema, in cui descriveva la vita di una società umana in maniera distaccata e acritica, per evidenziarne miti e caratteristiche. La particolarità stava nel fatto che l’oggetto del suo studio era la sua stessa cultura di provenienza, cioè quella American (anagramma di “Nacirema”), invece che quella di una lontana ed esotica civiltà rimasta isolata dalla Storia.

In Io odio Internet ho ritrovato, sotto forma di romanzo, quella stessa attitudine: il modo in cui Kobek scrive di Internet e della vita a San Francisco nel 2013 è infatti sorretto dalla stessa genuinità, con un’aggiunta di rabbia per le promesse tradite della rivoluzione digitale e un piglio sarcastico nell’evidenziare i difetti della società.

Come spesso succede nei buoni libri, la trama è un aspetto secondario dell’opera. In questo caso a mio parere lo sono anche i personaggi principali, pur se ben tratteggiati:
– Adeline, “una donna che esprime opinioni impopolari in una cultura che odia le donne”, fumettista apprezzata negli anni ’90, diventa bersaglio di una shitstorm su Internet dopo che una sua conferenza è pubblicata online.
– J. Karancehennem, scrittore turco-americano (palese alter-ego dell’autore), con un rapporto di amore-odio verso la città di San Francisco.

Il vero protagonista è Internet. Il libro non è altro che una serie ininterrotta di staffilate contro i social network, la sorveglianza di massa, l’estremismo del web. Tutte cose di cui sapevamo, certo (nel mio piccolo ne avevo parlato qui e qui), ma che acquistano tutt’altro valore grazie allo stile e alla struttura in cui vengono espresse. Vorrei dire che questo libro “non fa solo ridere, fa anche riflettere”, ma sarebbe una banalità trita e ritrita.

Dirò però che questo libro entra a pieno titolo nella categoria “quelli che avrei voluto scrivere io”, da non confondere con “quelli che mi sono piaciuti tanto”. Infatti molti sono i libri che ho apprezzato (per la trama, per i personaggi, per lo stile), ma pochi sono quelli in cui trovo esplicati a pieno i miei pensieri, i miei atteggiamenti, i miei desideri; in cui incontro su carta una versione migliorata dei ragionamenti che mi frullano in testa. Io odio internet è uno di questi, insieme a Le vite potenziali, di Francesco Targhetta (di cui ho parlato qui) o L’animale che mi porto dentro, di Francesco Piccolo.

Jarett Kobek è riuscito a scrivere di Internet con uno stile che replica il funzionamento stesso del Web: saltando da un argomento all’altro, infarcendo il libro di digressioni, aprendo nuovi paragrafi ogni tre righe e mescolando pubblico e privato. Nella mia esperienza tutto questo non stonava, anzi, rendeva la lettura più vivace e divertente, più diretta. Sarà anche questo un effetto dell’assuefazione alla comunicazione internettiana? Non lo so, anche se sospetto di sì. In ogni caso, qualsiasi pensiero si abbia sulla vita digitale, Io odio Internet è un’ottima lettura per questi tempi.

Sconsigliato: A chi cerca in un romanzo approfondite analisi psicologiche, una struttura ordinata e uno stile placido.
Consigliato: Agli appassionati della Theory-fiction, a chi pensa che il romanzo sia (anche) un modo per studiare la società e l’economia.

Se ti interessa l’argomento, ti consiglio anche: Le vite potenziali di Francesco Targhetta; Cometa di Gregorio Magini; Il cerchio di Dave Eggers.

I Dinosauri, l’ultima fatica di Leo Ortolani, un autore che ce l’ha fatta

Nella sua autobiografia A proposito di niente (La nave di Teseo, 2020) Woody Allen racconta che da giovane aveva lavorato come ghostwriter per una serie di comici e attori americani. Quando ancora frequentava le scuole superiori, ogni pomeriggio prendeva la metropolitana e andava in ufficio a scrivere battute. E, dice, solo nel tragitto gliene venivano in mente quattro o cinque, poi un’altra quarantina arrivava nel pomeriggio di lavoro.

Ecco, fatte le dovute differenze tra i due, il lavoro di Leo Ortolani come fumettista me lo immagino all’incirca così. Leo dice di essere un tipo burbero, ma è innegabile la quantità di (buone) battute che è capace di produrre. Basti vedere l’ultimo esperimento condotto sui suoi canali social, una striscia al giorno durante la quarantena. Cosa c’è di più difficile dello scherzare su una situazione in cui l’intero Paese (e l’intero mondo) è fermo? Se non succede niente, non c’è neanche niente da parodiare. Eppure Leo è riuscito a produrre tantissime strisce a tema, con una serie di riferimenti all’attualità intelligenti, ma non banali. Ma mentre ci gustavamo i celebri dialoghi con il coronavirus, personificato e rinominato Covidio, era già pronta per Laterza la nuova uscita di Ortolani, Dinosauri che ce l’hanno fatta.

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Te l’avevo letto! Episodio 4: Trump Ft. Proust

“E poi era convinta che il cameriere fosse un amico, giacché le parlava sempre con indignazione degli orribili provvedimenti che la Repubblica stava per adottare contro il clero. Francoise non aveva ancora capito che i nostri più spietati avversari non sono quelli che ci contraddicono e cercano di persuaderci, ma quelli che enfatizzano o inventano le notizie di cui possiamo rammaricarci, guardandosi bene dal fornire loro un’apparenza di giustificazione che attenuerebbe la nostra afflizione e ci ispirerebbe, forse, un minimo di stima per un partito ch’essi invece, quasi a rendere completo il nostro supplizio, tengono a mostrarci non meno atroce che trionfante”

Fonte

Te l’avevo letto! Episodio 3: Dr. Arnall Ft. Eugenio Montale

“Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose
dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.

Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.”

Fonte

Te l’avevo letto! Episodio 2: Uomini e donne Ft. Pirandello

“Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di qual orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. “Avverto” che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa espressione comica. Il comico è appunto un “avvertimento del contrario”. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente, s’inganna che, parata così, nascondendo le rughe e le canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico.”

La macchina del vento – Wu Ming 1 (Recensione)

Di cosa parla questo libro?
C’è un’isola, Ventotene. C’è un gruppo di persone sull’isola, i confinati. C’è uno stato, l’Italia, governato da un regime, quello fascista. C’è un conflitto in corso, la seconda guerra mondiale.
Su Ventotene sono rinchiuse le migliori menti del periodo: politici, scrittori, scienziati, tutti accomunati da un, più o meno accanito, antifascismo. E in questo gruppo di persone nasce un’idea che sembra presa da un libro di fantascienza: l’isola di Ventotene è in realtà una macchina del tempo, un luogo al di fuori dal mondo non solo fisicamente, ma anche temporalmente.

Da Ventotene si può viaggiare nel tempo e provare a cambiare il futuro. Di questo almeno è convinto Giacomo Pontecorboli, fisico romano deportato sull’isola, che discute della sua teoria con i compagni di confino, in particolare con Erminio Squarzanti, giovane socialista ex-studente di lettere. Erminio è il narratore della vicenda e anche lui nutre fantasie sull’isola e sui suoi abitanti. Doveva laurearsi con una tesi sui mari d’Italia nei miti greci, ma è stato arrestato prima. La sua immaginazione però non si è fermata e adesso è convinto che gli stessi dèi greci di cui tanto aveva letto siano presenti sull’isola, mescolati a loro.

Come Giacomo quindi, anche lui ritiene che l’isola porti in sé potenzialità inespresse, siano esse di ordine mitologico o tecnico-scientifico. Avrà ragione Erminio, gli dei vivono e lottano in mezzo a loro, suddivisi tra fascisti e antifascisti? Avrà ragione Giacomo, l’isola di Ventotene è una macchina del tempo? O forse nessuno dei due, e i loro sono solo deliri dovuti alla noia del confino?

La macchina del vento è un libro che si situa negli stessi margini dei manuali di storia, ma osserva quel materiale da un’angolazione differente, rileggendo senza pedanteria gli eventi del Novecento.
Per me è stato molto emozionante vedere “in azione” personaggi che conoscevo solo di fama come Pertini, Spinelli, Majorana. Mi è piaciuto soprattutto osservare i motivi di divisione all’interno del fronte antifascista: le discussioni e i disaccordi tra comunisti, socialisti e anarchici sono stati un’avvincente spiegazione che ha dato corpo ai concetti tante volte incontrati a scuola.
Oltre a questo, ho letto con gran piacere (e con gran velocità, visto che in due giorni l’avevo finito) questo libro, perché, per quanto la Storia generale la conoscessi, ero molto curioso di sapere cosa sarebbe successo ai confinati e quale esito avrebbero avuto le teorie di Giacomo ed Erminio.

Bilancio: lo consiglierei a tutti? Non proprio. Perché?
Perché i Wu Ming in tutto quello che fanno mettono un’indole “barricadera”, un’ideale di lotta politica che a volte tocca punte di retorica. Intendiamoci, io personalmente apprezzo molto questo atteggiamento, sia nei loro romanzi che negli ottimi articoli sul loro blog Giap, e vorrei ce ne fossero di più di voci critiche e coraggiose come le loro. Però penso che questa “rigidità” potrebbe stare sullo stomaco ad altri.
Non dico che questo romanzo sia un’opera totalmente “di parte”, che vuole chiudere gli occhi di fronte alle contraddizioni di certi ideali politici. Anzi qui, come già in Proletkult, opera del collettivo Wu Ming al completo, l’autore non manca di far notare pregi e difetti dei suoi personaggi. Solo che in certi punti il discorso mi sembra rasenti la propaganda, come nelle parole fatte pronunciare a Pertini sulla necessità di includere anche i comunisti nella lotta antifascista o nella critica che Erminio muove al manifesto sulla Federazione Europea, scritto proprio sull’isola da Spinelli e Rossi.

Insomma, a mio parere per apprezzare al meglio l’opera dei Wu Ming, e questo romanzo in particolare, si deve condividere con loro una serie di valori (oltre all’antifascismo, chiaro, quello dovrebbe essere la premessa per qualsiasi rapporto sociale).

Pare quasi scontato dire che invece se sei un fascista convinto, uno di quelli che “quando c’era lui…”, non devi aprire questo libro. Ma d’altronde se sei un fascista convinto stai già commettendo un grave errore, un po’ come quel mio amico che vide L’armata dei sonnambuli e commentò “Wu Ming? Non lo conosco questo scrittore cinese, è interessante?”.

Sconsigliato a quelli che “Basta con il derby tra fascisti e comunisti”.
Consigliato a quelli che amano partire dalla storia per riflettere sul presente.

Se ti interessa l’argomento ti consiglio anche: Proletkult di Wu Ming, Omaggio alla Catalogna, di George Orwell