Te l’avevo letto! Episodio 8: Charlie Brooker ft. Michel Foucault

“Sotto all’umanizzazione delle pene, troviamo tutte quelle regole che autorizzano, meglio, esigono, la ‘dolcezza’ come economia calcolata del potere di punire. Ma esse richiedono anche uno spostamento nel punto di applicazione di questo potere: non più il corpo, col gioco rituale delle sofferenze eccessive e dei segni risplendenti nel rituale dei supplizi; lo spirito, invece, o piuttosto un gioco di rappresentazioni e di segni circolanti, con discrezione ma con necessità ed evidenza, nello spirito di tutti. Non più il corpo, ma l’anima, diceva Mably. Ed è chiaro cosa dobbiamo intendere con questo termine: il correlativo di una tecnica del potere. Si congedano le vecchie ‘anatomie’ punitive. Ma siamo con ciò entrati, e realmente, nell’età dei castighi incorporei?”

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Zerocalcare – Scheletri. Fa più paura il passato o il presente?

Nel 2021 saranno dieci anni dalla prima pubblicazione de La profezia dell’armadillo, fumetto con cui Zerocalcare si è affermato nel panorama culturale italiano, vendendo centinaia di migliaia di copie e passando da una produzione in ambito underground a essere una figura di rilievo nel dibattito culturale odierno. Al giorno d’oggi conta dieci libri pubblicati, tra storie lunghe e raccolte di testi apparsi in altre sedi, un film, tratto appunto da La profezia dell’armadillo, e un saggio monografico dedicato, Leggere Zerocalcare, edito da ComicOut. E questa produzione è in costante aumento, viste anche le uscite di quest’anno: Scheletri, pubblicato ad ottobre, e A babbo morto, una storia breve che sarà disponibile dal 12 novembre.

Scheletri è una storia lunga, quasi 300 pagine, basato in gran parte su vicende autobiografiche dell’autore risalenti ai tempi della sua adolescenza, circa vent’anni fa. Nel 2002 infatti uno Zerocalcare allora diciottenne frequenta l’università Roma Tre, facoltà di lingue. “Frequenta” per modo di dire, perché non segue davvero le lezioni, ma esce di casa solo per ingannare sua madre, mentre in realtà trascorre le sue giornate in metropolitana. Se questa storia vi ricorda L’avversario, il libro di Carrére dedicato a Jean Claude Romand, non siete soli, lo stesso Calcare lo cita nel fumetto.
In una di queste mattine spese nel niente, il nostro protagonista incontra Arloc, pseudonimo di un misterioso ragazzo sedicenne, che come lui trascorre le mattinate in metro, saltando la scuola.

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Capitale e Accelerazionismo

Uno spettro si aggira nel dibattito culturale: l’accelerazionismo. Da metà anni ’90 questa strana, perturbante filosofia, percorre le menti e il discorso pubblico. Nata nella CCRU (acronimo per Cybernetic Culture Research Unit), un gruppo di studio formatosi agli albori dell’era Internet nell’università di Warwick, in Inghilterra, e capeggiato dai filosofi Nick Land e Sadie Plant, l’accelerazionismo nel corso degli anni ha raggiunto il dibattito mainstream.
A più di vent’anni dalla sua prima formulazione, c’è chi ha voluto tentare anche in Italia un riassunto di questa corrente e di tutte le sue implicazioni. Sto parlando di Tiziano Cancelli e del suo How to accelerate. Introduzione all’accelerazionismo (Tlon, 2019).

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Te l’avevo letto! Episodio 7: Lucia Azzolina & Comitato tecnico-scientifico ft. Italo Calvino

“Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L’interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo:
“Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata”. Impassibile, il brigadiere batte veloce sui tasti la sua fedele trascrizione: “Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante”.

[…]

Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua. Caratteristica principale dell’antilingua è quello che definirei il “terrore semantico”, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato […]. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente […]
Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: “io parlo di queste cose per caso, ma la mia funzione è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia funzione è più in alto di tutto, anche di me stesso”. La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire “ho fatto” ma deve dire “ho effettuato” – la lingua viene uccisa.”

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Imbattibile: potere al fumetto!

La parola “fumetto” è stata spesso accostata a “supereroe”. E questo nonostante fin dalle origini del fumetto non siano mancate anche testimonianze diverse. Su quali siano poi le “vere” origini del fumetto, il dibattito è ancora aperto: per un approfondimento si rimanda al classico Capire il fumetto di Scott McCloud (ripubblicato da Bao Publishing nel 2018). In ogni caso, una volta stabilita questa associazione, è stato facile per i detrattori creare dal nulla un impreciso e degradante sillogismo, se fumetti = supereroi e supereroi = cose da ragazzini, allora fumetti = cose da ragazzini. Non è questa la sede per discutere quanto ci sia di sbagliato in ciò, ma fatto sta che per questo a lungo il fumetto ha vissuto un’inferiorità culturale, specie in Italia. Negli ultimi anni però la situazione è cambiata e si sono visti fumetti candidati ai migliori premi letterari e diventati campioni di incassi anche in libreria. Perciò non stupiranno il grande pubblico anche prodotti di “iper-fumetto” come Imbattibile, di Pascal Jousselin. Apparso originariamente nella celebre rivista franco-belga Spirou, è stato portato in Italia nel 2020 da Comicon Edizioni, la casa editrice affiliata alla famosa convention napoletana. Imbattibile ha vinto il Bologna Ragazzi Comics Award, ma è un’opera che consiglierei agli amanti del fumetto di qualsiasi età, per una serie di ragioni.
Ma andiamo con ordine. Intanto, Imbattibile si definisce “Il solo vero supereroe del fumetto”, il che sembra un’affermazione in piena contraddizione con quanto dichiarato prima, visto quanto è (considerato) stretto il legame tra fumetti e supereroi. Ma Imbattibile è definito così proprio perché il suo potere è quello di sfruttare a pieno il medium fumetto, muovendosi a piacere tra le vignette.

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Jarett Kobek – Io odio Internet (Recensione)

Nel 1956, l’antropologo Horace Miner pubblicò un innovativo articolo intitolato Body Rituals among the Nacirema, in cui descriveva la vita di una società umana in maniera distaccata e acritica, per evidenziarne miti e caratteristiche. La particolarità stava nel fatto che l’oggetto del suo studio era la sua stessa cultura di provenienza, cioè quella American (anagramma di “Nacirema”), invece che quella di una lontana ed esotica civiltà rimasta isolata dalla Storia.

In Io odio Internet ho ritrovato, sotto forma di romanzo, quella stessa attitudine: il modo in cui Kobek scrive di Internet e della vita a San Francisco nel 2013 è infatti sorretto dalla stessa genuinità, con un’aggiunta di rabbia per le promesse tradite della rivoluzione digitale e un piglio sarcastico nell’evidenziare i difetti della società.

Come spesso succede nei buoni libri, la trama è un aspetto secondario dell’opera. In questo caso a mio parere lo sono anche i personaggi principali, pur se ben tratteggiati:
– Adeline, “una donna che esprime opinioni impopolari in una cultura che odia le donne”, fumettista apprezzata negli anni ’90, diventa bersaglio di una shitstorm su Internet dopo che una sua conferenza è pubblicata online.
– J. Karancehennem, scrittore turco-americano (palese alter-ego dell’autore), con un rapporto di amore-odio verso la città di San Francisco.

Il vero protagonista è Internet. Il libro non è altro che una serie ininterrotta di staffilate contro i social network, la sorveglianza di massa, l’estremismo del web. Tutte cose di cui sapevamo, certo (nel mio piccolo ne avevo parlato qui e qui), ma che acquistano tutt’altro valore grazie alla struttura in cui vengono espresse.

Jarett Kobek è riuscito a scrivere di Internet con uno stile che replica il funzionamento stesso del Web: saltando da un argomento all’altro, infarcendo il libro di digressioni, aprendo nuovi paragrafi ogni tre righe e mescolando pubblico e privato. Nella mia esperienza tutto questo non stonava, anzi, rendeva la lettura più vivace e divertente, più diretta. Sarà anche questo un effetto dell’assuefazione alla comunicazione internettiana? Non lo so, anche se sospetto di sì. In ogni caso, qualsiasi pensiero si abbia sulla vita digitale, Io odio Internet è un’ottima lettura per questi tempi.

Sconsigliato: A chi cerca in un romanzo approfondite analisi psicologiche, una struttura ordinata e uno stile placido.
Consigliato: Agli appassionati della Theory-fiction, a chi pensa che il romanzo sia (anche) un modo per studiare la società e l’economia.

Se ti interessa l’argomento, ti consiglio anche: Le vite potenziali di Francesco Targhetta; Cometa di Gregorio Magini; Il cerchio di Dave Eggers.

I Dinosauri, l’ultima fatica di Leo Ortolani, un autore che ce l’ha fatta

Nella sua autobiografia A proposito di niente (La nave di Teseo, 2020) Woody Allen racconta che da giovane aveva lavorato come ghostwriter per una serie di comici e attori americani. Quando ancora frequentava le scuole superiori, ogni pomeriggio prendeva la metropolitana e andava in ufficio a scrivere battute. E, dice, solo nel tragitto gliene venivano in mente quattro o cinque, poi un’altra quarantina arrivava nel pomeriggio di lavoro.

Ecco, fatte le dovute differenze tra i due, il lavoro di Leo Ortolani come fumettista me lo immagino all’incirca così. Leo dice di essere un tipo burbero, ma è innegabile la quantità di (buone) battute che è capace di produrre. Basti vedere l’ultimo esperimento condotto sui suoi canali social, una striscia al giorno durante la quarantena. Cosa c’è di più difficile dello scherzare su una situazione in cui l’intero Paese (e l’intero mondo) è fermo? Se non succede niente, non c’è neanche niente da parodiare. Eppure Leo è riuscito a produrre tantissime strisce a tema, con una serie di riferimenti all’attualità intelligenti, ma non banali. Ma mentre ci gustavamo i celebri dialoghi con il coronavirus, personificato e rinominato Covidio, era già pronta per Laterza la nuova uscita di Ortolani, Dinosauri che ce l’hanno fatta.

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Te l’avevo letto! Episodio 4: Trump ft. Proust

“E poi era convinta che il cameriere fosse un amico, giacché le parlava sempre con indignazione degli orribili provvedimenti che la Repubblica stava per adottare contro il clero. Francoise non aveva ancora capito che i nostri più spietati avversari non sono quelli che ci contraddicono e cercano di persuaderci, ma quelli che enfatizzano o inventano le notizie di cui possiamo rammaricarci, guardandosi bene dal fornire loro un’apparenza di giustificazione che attenuerebbe la nostra afflizione e ci ispirerebbe, forse, un minimo di stima per un partito ch’essi invece, quasi a rendere completo il nostro supplizio, tengono a mostrarci non meno atroce che trionfante”

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